Il messaggio digitale (2003) Stampa

Contributo originariamente apparso nel 2003 all'interno del forum sull'immagine digitale della rivista telematica Kainós

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L'immagine digitale si differenzia da quella analogica (che, si badi, è tale solo a posteriori) per una fluidità morfologica senza precedenti. Essa può incarnarsi, a seconda degli scopi, in un insieme di pixel oppure su una copertina patinata. E quindi: come discriminare tra analogico e digitale in base alla semplice osservazione? Questo dubbio testimonia di una preoccupata sensazione di non-autenticità che, fin dalle sue prime applicazioni, accompagna l'immagine digitale. Se la storia dell'immagine è iniziata come percorso di riscatto nei confronti della celebre condanna platonica, le odierne tecnologie digitali sferrano un nuovo attacco, che rischia di fare dell'immagine qualcosa che è non solo tre, ma addirittura quattro o cinque volte lontano dal vero. Il digitale trasforma l'immagine in un'entità spettrale, indipendente da uno specifico substrato e disponibile a mille incarnazioni, tale per cui non vi è più ragione di distinguere tra originale e copia. In questo senso, Warhol lavorava già con immagini digitali: secondo Baudrillard la sua è una «immagine senza oggetto, a cui manca l'immaginario del soggetto», definizione che si presta molto bene anche al tipo di immagine di cui stiamo parlando. L'unica aura ancora attribuibile (ovviamente in senso negativo) all'immagine digitale consiste nella sua garanzia di una fredda quanto perfetta omogeneità d ripetizione. L'immagine digitale infatti non perde di definizione passando di supporto in supporto, di riproduzione in riproduzione. Essa è anzi, essenzialmente, la riproducibilità. Ma tale facilità di distribuzione e riproduzione non garantisce affatto una fedeltà di contenuti, perché a essa si collega, in maniera altrettanto democratica, una estrema disponibilità alla manipolazione e alla falsificazione (con evidenti risvolti problematici anche a livello di tutela del copyright). Proprio in questo senso, l'immagine digitale è la connotazione per antonomasia, perché qualsiasi operazione compiuta su (o tramite) essa comporta una modificazione del messaggio veicolato. Si prenda ad esempio la pratica del fotomontaggio/fotoritocco, che di certo non è cosa nuova, essendo nata assieme alla fotografia. Ciò nonostante, un abisso differenzia quel che negli anni '30 un fotografo come Herbert Bayer produceva nel suo studio da ciò che oggi, con l'unico ausilio di Photoshop, chiunque può divertirsi a fare davanti al computer. La fruizione delle immagini via computer - penso alla crescente diffusione delle macchine fotografiche digitali, ma anche alla semplice fruizione di immagini che accompagna ogni navigazione nell'internet - rappresenta una pratica (si badi, non necessariamente attiva e volontaria) di interpretazione e manipolazione. In questo senso si può davvero parlare di un capovolgimento del normale rapporto tra autore e pubblico (tesi che al contrario non può affatto essere sostenuta - così come fa Pierre Lévy - riguardo l'internet in generale). Anche evitando di far riferimento alle molteplici possibilità di manipolazione volontaria, la semplice "materializzazione" di una immagine su un monitor è già una reinterpretazione di essa, dipendente com'è da tutta una serie di fattori, magari semplicemente tecnici (risoluzione, profondità di colore, sistema operativo, velocità di connessione ecc.), che modificano e condizionano la fruizione dell'immagine. Non a caso, chiunque lavori nel campo della grafica digitale sa bene che una stessa immagine difficilmente apparirà in maniera identica a fruitori diversi (sia su monitor che su carta). L'immagine digitale, caratterizzata da una indecisione di forma e da una poco controllabile tendenza alla mutazione e alla proliferazione, potrebbe paradossalmente definirsi - parafrasando una celebre definizione di Barthes - un codice senza messaggio, giocando sia sulla sua mancanza di un significato univoco, sia sul fatto che il suo substrato è di tipo binario-alfanumerico. Per concludere con una provocazione, ispirata allo spirito dell'opera di Magritte e alla brillante lettura che ne diede Foucault, si potrebbe pensare di "idealizzare" l'immagine digitale in questo modo: un monitor, dalla risoluzione abbastanza bassa da rendere evidente la grana dei pixel, presenta una finestra di browser il cui contenuto è un'immagine. Questa immagine bitmap (che come sappiamo è generata da un codice), presenta una semplice scritta rasterizzata (cioè non un font tipografico) che recita: ceci n'est pas une texte. Dunque: la scritta è in realtà un'immagine, che però è a sua volta un codice inserito in altro codice. Senza contare quel che la scritta dice...