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A proposito di Tempo e lavoro di Pierenrico Andreoni, Bruno Mondadori, 2005 Pubblicato sul numero 18 della rivista Impresa Clandestina
Il libro di Pierenrico Andreoni (docente di Psicologia del lavoro a Ferrara) è diviso in quattro parti. La prima, fra stralci poetici e mitologici, offre una breve ma suggestiva introduzione al tema della percezione del tempo. La seconda parte, nominata “Breve storia culturale del lavoro”, fa esattamente quello che dice, in modo esaustivo e rigoroso. La terza e ultima sezione del libro è dedicata al tema della flessibilità, culmine di ogni possibile storia del lavoro (visto che oggi siamo quasi tutti, come dal noto libro del sociologo Richard Sennet, “uomini flessibili”) e al tempo stesso necessario punto di partenza per una riappropriazione autentica, oserei dire fenomenologica, del personale rapporto col tempo di ciascuno di noi.
Espressioni come lavoro “a tempo indeterminato” o “a tempo pieno” hanno un che di totalizzante che non solo crea una forte adesione burocratica al proprio ruolo, ma porta con sé anche una componente affettiva, emozionale. Il lavoro a tempo indeterminato resta anzitutto, oggi come ieri, una “sicurezza” per i fortunati che l’hanno, ma rappresenta anche il positivo rispetto al quale tutte le debolezze dei lavori temporanei – in tutte le loro declinazioni e travestimenti più o meno “atipici” – si misurano. Perché il lavoro a tempo determinato è l’unico vissuto davvero con passione, l’unico che, grazie al conforto della temporalità lineare che promette, faccia sentire l’individuo allineato con il suo fare. Al contrario, il lavoro temporaneo, smarrito nella ciclicità delle sue stagioni, non sarebbe che una continua, inquieta, anticamera. Un continuo stare, per usare un’espressione inglese, “between jobs”, qui intesa non nel senso di essere senza impiego, ma piuttosto, detto in modo molto italiano, “con un piede in due scarpe”, consapevoli che le migliori condizioni di lavoro, sempre che possano essere raggiunte, non saranno durature.
E pensare che, proprio in forza della sua precarietà che così forte fa sentire il nesso col tempo, con la clessidra che inesorabilmente si svuota senza ancora avere un “posto sicuro”, il lavoro a tempo determinato dovrebbe spingere a far sempre meglio. A questo proposito mi vengono in mente le parole del CEO di Apple Steve Jobs, che in un recente intervento di fronte a una platea di neolaureti (riportato in Zero, 03.2005) ha sottolineato la fondamentale importanza di vivere ogni giorno lavorativo come se fosse l’ultimo, come se non ci fosse un domani. Forse solo così – sostiene Jobs – si può trovare il coraggio di fare cose nuove, magari azzardate - ma certo autentiche, aggiungo io.
Il problema è che – tornando al libro di Andreoni – ancora nessuno ha prodotto una idea di lavoro (e conseguentemente di tempo di lavoro) diversa da quella su cui ha fatto perno lo sviluppo capitalista. In quest’ottica, la flessibilità è vista come instabilità e mancanza di punti fissi, mansioni, troppo spesso competenze. Il lavoro occasionale e a breve termine è un po’ come le amicizie fatte in vacanza, che pur potendo a volte essere molto intense e profonde, raramente lasciano qualcosa di duraturo. Una provocazione: in questi ultimi giorni di 2005 mi è capitato di leggere alcuni articoli dedicati al lavoro in Cina. Pare che i cinesi non abbiano particolari ansie, né per la ricerca, né per l’eventuale perdita di un lavoro. Sanno che il lavoro non manca e riescono sempre a mettere da parte qualcosa per quando saranno “between jobs” (stavolta uso l’espressione in modo tradizionale). «Possono permettersi di prendere la vita più alla leggera di noi, perché il costo dei beni di prima necessità in Cina è inferiore, in proporzione, al loro costo in Italia» (da: intervista a Annarosa Carnevale, Il Sole24Ore, 02.12.05). Sarà solo perché i cinesi hanno una concezione del tempo non lineare, e quindi diversa dalla nostra, o ci sono altri motivi?
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