Al cinema (2003) Stampa

Piccola antologia di riflessioni sull'esperienza della sala di proiezione, di ciò che la precede e la segue: l'accoglienza nel buio, il rapporto onirico con il mondo del film, il necessario, spesso traumatico, ritorno alla realtà.
Pubblicato sulla rivista on-line Blue Thunder il 13.01.03

Cinema

«Nelle normali condizioni di proiezione, chiunque ha potuto osservare il soggetto sottoposto allo stato filmico (soprattutto quando è abbastanza forte la presa della finzione sul suo fantasma) si sente come inghiottito, e che gli spettatori all'uscita, brutalmente vomitati dal ventre nero della sala nella luce vivida e aggressiva dell'ingresso, hanno a volte il volto stordito (felice o infelice) di quelli che si svegliano. Uscire dal cinema è un po' come alzarsi; e l'operazione non è sempre facile (tranne quando il film era davvero indifferente)».
Christian Metz, Cinema e psicanalisi, Marsilio, Venezia, 2002, p. 125.

«Quando alla fine del film si accendono le luci e il pubblico sfolla nell'unico corridoio ove è lecito, i singoli spettatori camminano lentamente - e non solo per intasamento - a testa bassa, come una volta si andava dietro a un funerale [...]. Appena si raggiunge l'uscita, evitato il flusso eguale e contrario del pubblico che entra, eccitato e rumoroso, si ha un senso di liberazione, si respira a pieni polmoni: "è ancora giorno", "è già notte", si dice, quasi a rimpianto del tempo che è continuato, nonostante tutto, a scorrere. Mentre dentro, i nuovi spettatori continueranno a chiacchierare almeno fin dopo i titoli di testa, finché, a poco a poco, tra qualche protesta e l'intreccio che avvince, l'unico rumore legittimato resta di esclusività del sonoro. Solo, sopravvive il bisbiglio di qualche vecchia signora, il lamento di un bambino, le volgarità di un marginale. Gli adulti, seri e ubbidienti, sono i primi a adeguarsi».
Massimo Canevacci, Antropologia del cinema, Feltrinelli, Milano, 1982, pp. 134-135.

«Il soggetto che parla qui deve riconoscere una cosa: gli piace uscire da una sala cinematografica. Ritrovandosi nella strada illuminata e quasi deserta (ci va sempre di sera e lungo la settimana) e dirigendosi mollemente verso qualche caffè, cammina in silenzio (non gli piace parlare subito del film che ha appena visto), un po' intorpidito, goffo, infreddolito - insomma, assonnato: ha sonno, ecco a che cosa pensa; nel suo corpo si è diffuso un senso di sopore, di dolcezza, di calma: languido come un gatto addormentato, si sente un po' disarticolato, o meglio (perché per un'organizzazione morale il riposo non può consistere che in questo) irresponsabile. In breve, è evidente, esce da uno stato di ipnosi [...]. Dal cinema si esce proprio così. Come vi si entra? Fatta eccezione per il caso - a dire il vero sempre più frequente - di una ricerca culturale ben precisa (film scelto, voluto, cercato, oggetto di una vera e propria vigilanza preliminare), si va al cinema approfittando di un momento di ozio, di disponibilità, di vacanza. Tutto si svolge come se, prima ancora di entrare nella sala, si sommassero le condizioni classiche dell'ipnosi: vuoto, ozio, disimpegno; non è davanti al film o a causa del film che si sogna; inconsapevolmente, si sogna prima ancora di diventarne spettatori».
Roland Barthes, Uscendo dal cinema, in: Id, Sul Cinema, Il Melangolo, Genova, 1997, pp. 145-146.

«Tanto il cinema quanto il sogno ci consentono di vivere una situazione diversa da quella della nostra vita reale, con la piena intuibilità, però, delle stesse vicende di questa nostra vita reale. Tanto il cinema quanto il sogno possono far questo soltanto a condizione che noi sospendiamo per un breve periodo di tempo il corso della nostra vita normale. Per sognare bisogna dormire, cioè interrompere il nostro contatto fisico con l'ambiente circostante (per questo spegniamo la luce, evitiamo i rumori e ci mettiamo nella posizione più comoda e rilassata). Al cinema pure interrompiamo i nostri contatti con l'ambiente circostante (e ci dimentichiamo della sala): se il vicino chiacchiera o fa rumore, se uno spettatore che entra ora in sala ci disturba andando alla ricerca di un posto, noi siamo distolti dal film e non possiamo più continuare a "sognarlo"».
Cesare Musatti, Psicologia degli spettatori al cinema, in: Id, Scritti sul cinema, Testo&Immagine, Torino, 2000, p. 34.

«L'immersione nella finzione filmica [...] produce l'effetto di separare, tanto più fortemente quanto più il film piace, gruppi e coppie che erano entrate insieme in sala e provano talvolta un certo disagio a ritrovare quello stare insieme quando ne escono. (Occorre, nei momenti di migliore intesa, un momento di silenzio accettato in comune, perché le prime parole scambiate non stonino: anche se commentano il film, ne segnano la fine perché riportano con sé l'attività, il risveglio, la compagnia. Il fatto è che, in un certo senso, si è sempre soli al cinema, ancora una volta un po' come nel sonno).
Christian Metz, Cinema e psicanalisi, Marsilio, Venezia, 2002, p. 144.