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Quando la musica non è solo di sottofondo Pubblicato sulla rivista on-line Blue Thunder il 20.07.02
«È così che ho cominciato a fare i film: giravo qualcosa, senza montarlo – facevo giusto una ripresa di tre minuti – e poi mi mettevo a cercare una canzone che ci stesse bene insieme». Wim Wenders, Le storie esistono solo nelle storie Il cinema americano contemporaneo mostra di saper fare uso della musica in un modo che va al di là del convenzionale significato del termine soundtrack. Ai brani musicali viene attribuito un ruolo niente affatto subordinato rispetto a quello dell’immagine, secondo una logica che, seppur traendo origine dai meccanismi del videoclip, assegna la musica a uno status totalmente filmico. Proviamo ad analizzare tre film del 1999, i cui registi non a caso hanno sempre dimostrato particolare sensibilità per la musica. Magnolia (1999) di Paul Thomas Anderson In questo film altmaniano-corale, la musica è l’unico vero protagonista, proprio come in Nashville. Ma a differenza di quest’ultimo, dove la musica era al centro perché in definitiva gli attori stessi erano musicisti e cantanti, in Magnolia singolare è il modo in cui le canzoni, pur arrivando da “fuori”, si legano perfettamente alle immagini, inserendosi fra scena e scena, sovrastando (o ispirando) i dialoghi, facendosi cantare dagli stessi attori. Nelle note che accompagnano il booklet della soundtrack è lo stesso P.T. Anderson a spiegare come il film sia da leggersi in parallelo alle canzoni di Aimee Mann, essendosi sviluppato praticamente insieme a esse. Il risultato è un rapporto tra disco e film assolutamente paritario, costituendo ognuno dei due termini un commento e un completamento dell’altro.
The Straight story (1999) di David Lynch Una colonna sonora dalla funzione apparentemente banale (cioè di commento al film) nasconde in realtà un rapporto suono-immagine assolutamente simbiotico. Gli inconfondibili suoni creati dal “lynchiano” Angelo Badalamenti scorrono fluidi assieme alla pellicola, assumendo i colori dei campi di grano, delle strade deserte e dei tramonti dello Iowa. È praticamente impossibile separare l’incedere del vecchio Alvin alla guida del suo piccolo trattore dallo splendido e rasserenante tema – chitarra acustica e archi – che lo accompagna lungo tutto il suo tragitto.
Ghost dog (1999) di Jim Jarmusch Un beat minimale – a cura di RZA del Wu-Tang Clan, presente anche in una scena del film – è il commento a questo sentito omaggio a Le Samouraï di Jean-Pierre Melville (1967). Il film di Jarmush è un’opera dall’andamento decisamente hip-hop, in cui il nesso con la cultura nera e urbana risulta sorprendentemente vicino all’estetica zen del samurai: il minimalismo dei suoni, la struttura di incastro e separazione dei samples in parallelo al gioco tra vuoto e pieno dello yin e dello yang. Il beat è molto più di un sottofondo, è l’anima (soul) del samurai; non a caso, la musica è sempre presente quando il protagonista passa all’azione: un cd rigorosamente senza label (masterizzato?) sempre a portata di mano e un moderno player in cui inserirlo in ogni auto rubata.
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