|
In che senso parlare di un immaginario fantascientifico? Pubblicato sulla rivista on-line Blue Thunder il 20.07.02
«Perché la maggioranza delle persone ha dimostrato non solo noia, ma vera e propria indifferenza rispetto ai voli spaziali degli umani? In parte, io credo, perché gli scrittori di fantascienza erano arrivati sulla Luna per primi». J.G. Ballard, Persi nello spazio Esiste un immaginario fantascientifico che vive, cresce e si evolve di pellicola in pellicola. Ritrovati tecnologici che, seppur appartenenti di diritto alla categoria del possibile, restano distanti dalla nostra attualità. Prendiamo un film a caso, e neanche dei migliori: Il sesto giorno di Roger Spottiswoode (2000). Si tratta di un esemplare catalogo di diavolerie tecnologiche, fra cui automobili con pilota automatico e videotelefoni. Niente di nuovo, verrebbe da dire, tanto è vero che Kubrick mostrò un videotelefono già nel 1968. Proprio questo è il punto: il cinema frequenta di continuo immaginari da esso stesso creati, i quali spesso sono talmente forti da impregnare anche altre arti (da qualche parte si è detto che nel corso del ‘900 il cinema è a poco a poco diventato la primaria fonte d’ispirazione della letteratura). All’interno di una situazione futuribile come quella che troviamo in Il sesto giorno – ma anche in qualsiasi altro film di fantascienza senza troppe pretese degli ultimi anni – è normale aspettarsi di incontrare certi oggetti. Si tratta dell’effetto di una catena di rimandi, spesso nascosta ma a tratti evidentissima, che si è venuta stabilendo film dopo film. Considerati secondo tale ottica, anche gli oggetti più avveniristici appaiono familiari, e il maggiore spunto d’interesse diventa non tanto soffermarsi su essi, quanto cercarne le origini, praticare cioè una sorta di archeologia del cinema di fantascienza (un ritorno al futuro?) sulle tracce della prima apparizione di questo e quell’oggetto. Tornare a Il sesto giorno ci fornisce subito un buon esempio: la macchina che permette di leggere e registrare l’immagine mentale di una persona (e avviarne il processo di clonazione) rappresenta quanto al suo aspetto un omaggio al test Voigt-Kampff di Blade Runner, quanto alla sua funzione un altrettanto chiaro rimando al simile meccanismo di registrazione dei vissuti cerebrali visto in Strange Days (lo squid). Gli esempi potrebbero essere molti; ciò che più conta tuttavia è che il fascino della messa in scena di tali artefatti sta nel piacere visivo di oggetti che risultano familiari proprio perché ri-trovati secondo un meccanismo autoreferenziale e citazionistico ma, al tempo stesso, sempre nuovi, affascinanti e inquietanti a causa dell’incolmabile ritardo nei confronti dell’immaginazione che è costitutivo di ogni pratica tecno-logica. Non voglio affatto sostenere che la scienza non sia in grado di creare gli oggetti suggeriti dal cinema: ci è riuscita, e continuerà a farlo. Quel che piuttosto accade (e si ripensi al videotelefono, nonostante tutto ancora non arrivato nelle nostre case) è che ognuno di questi oggetti, nel momento stesso in cui finalmente passa dallo status virtuale (o meglio filmico) alla sua realizzazione, diventa a tutti gli effetti un utensile e viene completamente abbandonato da quell’aura fantastica che lo avvolgeva finché esso era un oggetto fantascientifico. L’immaginario, il fantasioso, il fantastico, in una parola l’inutile, perde infatti d’interesse appena diventa utilizzabile. Un po’ quel che accadrebbe se un giorno qualcuno decidesse di produrre e commercializzare su larga scala qualcuno degli “oggetti introvabili” ideati da Jacques Carelman.
|